cetty previtera
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"...Ha dipinto la vastità, gli orizzonti, i cieli, le montagne non come un dilagare oltre confine, ma miracolosamente, dentro la bellezza della sua pittura, in un grumo di materia che è poltiglia di ali di farfalla. E in esse, la vibrazione e il silenzio di ore del giorno che si succedono una all'altra. Mentre i colori sono il rosa di un'alba, la pienezza arroventata del mezzogiorno, la luce infuocata del tramonto, la morbidezza di un blu notturno che non è mai buio...nei suoi quadri che odorano di luce e di vento, ha dipinto le Alpilles di Van Gogh proprio così. Quasi confondendo, dentro una bellissima materia di filamenti colorati, le altezze e gli abissi, come un profumato mar dei Sargassi increspato di alghe iridescenti..."

Marco Goldin, da Otto pittori e i colori della vita, Linea d'ombra, 2021

 

"...Una festa di colori danza in “Dream up, wake up” di Cetty, cromie che
ritornano con diverse geometrie e rispondenze in “Piccola notte”, a tracciare equilibri come
galleggianti nel mare mosso delle stesure cromatiche, mentre più apertamente è affrontato il
tema notturno in “The night belong to lovers”, ove l’elemento naturale e l’elemento umano
s’intrecciano, o nel grande “The black one”, in “Notte notte”, “L’altra notte”. Quadri che
confermano una linea di ricerca che muove passi dall’esempio di Franco Sarnari e Piero
Zuccaro, ancorata a questi “paesaggi scomposti” ormai caratteristici del lavoro di Cetty
Previtera. Nel piccolo “Inverno, notte” si delineano più chiaramente elementi di paesaggio, un
tronco pallido e spoglio, esile, tetti di case, ombre d’alberi. La natura è presentata in una
dimensione magica, musicale, come in un mosaico, dove ogni colore risuona di echi e tintinnii
del carillon della vita."

Alessandro Finocchiaro, per Elogio alla Notte, 2019

 

 

“Il percorso artistico qui preso in esame non nasce all'interno di contesti accademici ma da percezioni soggettive di spazi, luoghi, circostanze di vita e continue relazioni con gli ambienti artistici. Le opere di Cetty Previtera, realizzate prevalentemente con tecniche tradizionali quali: pittura a olio e pastelli, descrivono e raccontano scene di paesaggio che introducono il fruitore in ambienti scanditi da scansioni di luci e colori, sapientemente adagiate sui diversi registri adottati dall'artista. Un dialogo con il mondo esterno tradotto, poi, in ambienti più intimi e viscerali. Le opere in mostra, infatti, seppur caratterizzate da note ed elementi stilistici che riecheggiano il modus operandi degli impressionisti, si rivelano come una porzione di un cosmo interiore che impartisce sostanze ed elementi di delicatezza femminile. Le composizioni di Previtera sono fisicamente dense, consistenti e pastose ma senza alcun eccesso o cedimento da parte dell'artista che riesce a bilanciare, attraverso la materia, ogni tipo di colore e sfumatura...”

Carla Ricevuto per Trasognanti Spazi, 2018

 

COME UN MARE (DI FIORI E BOSCHI)

Da quale parte viene questa luce che tutta ammanta il giorno? Da quale parte se non

dalla montagna e dal sogno? Dal bosco, nelle sue increspature, nelle sue brevi,

improvvise fessure come falesie che si aprono verso le altezze. E poter dipingere tutto

questo. E voler dipingere questo silenzio di foglie precipitate, crepitante di faglie,

tatuaggi d’umidità, muri scrostati nell’aria che in verità sono solo natura, sono solo

essenza di luce, sua apparizione e subito scomparsa. Cetty Previtera ha dipinto quadri

come aquiloni galleggianti, e anche di più sprofondanti, su un immaginato mar dei

Sargassi. Azzurri e solo azzurri, tutti tramati di un muschio iridescente che individua

però il giardino, il folto e la montagna che sale piuttosto che la subacquea immersione

nel cosmo rovesciato.

Talvolta alla maniera quasi dei Nabis, di un Vuillard o di un Bonnard, Cetty squama

la pelle della realtà, la fa continuamente vibrare di apparizioni e sostanze, nel

desiderio di entrare sempre più dentro il vedere. Perché quello che lei annulla, è a

questo punto il senso tradizionale di quel vedere, quel senso che si tramanda dal

naturalismo ottocentesco in poi. Cancellata l’idea dell’usuale e usurata veduta, si

sposta al centro di tutto. Proprio come fece, in quel XIX secolo, il grande Monet,

quando poco per volta, decennio dopo decennio, egli pervenne al centro della visione,

al centro del mondo, anzi con il suo occhio fattosi esso stesso luogo riparato del

vedere.

Essere non colei che vede da lontano, non chi squaderna lo spazio e lo quadretta, ma

piuttosto chi si addentra nel folto della vegetazione, nell’intrico ugualmente

dell’anima. Al di là del naturalismo va dunque Cetty, facendo diventare il suo vedere

il vedere con il cuore. O il vedere del cuore. L’occhio incastonato al centro della

fronte, secondo le antiche cosmogonie, dà qui luogo non soltanto alla perlustrazione

del visibile, ma anche alla sua rarefazione, al suo rastremarsi in profondità che sono

altezze. E’ come se la trama della realtà si nascondesse e la pittura fosse infine lo

strumento per la rappresentazione dell’invisibile. E’ chiaro che a questo punto

possiamo parlare di visione interiore e lo scandaglio si rivolge verso un interno, e non

verso l’esterno di noi soltanto.

Certo, questi sono paesaggi, i titoli stessi continuamente ce lo ricordano, evocando di

volta in volta il bosco, il giardino, la montagna, le pietre, uno scoglio. Ma sono

paesaggi che possiedono la grazia segreta e solenne, sacra, di un luogo inarrivabile. E

inarrivabile se non d’anfratti. Per questo motivo la pittura si deve adeguare, trovare la

sua strada e darsi più per assenze che per presenze. Cetty ha così registrato il suo

strumento, generando continue apparizioni, impuntature della luce, sprofondamenti

nell’ombra, costruendo la trama del colore come una sorpresa senza fine. Si seguono

percorsi, trovando di volta in volta la cecità dentro la luce e nell’ombra.

Non si dirà mai abbastanza di come questi spazi di Sicilia siano la Sicilia e molto

altro. Siano prima di tutto la colata del colore e poi il suo rapprendersi, siano la

costruzione di strade e sentieri in un paesaggio perlustrato e amato con lo sguardo,

ma poi nascosto dietro un confine che è il confine dell’anima. In aenigmate si

compiono i passi, si attraversa tutto questo spazio che si abbacina e fiotta dal

mezzogiorno a sera. Cetty trova un suo punto di equilibrio, non facile, in mezzo a

questo ribollire di materia tutta grattata e poi lisciata. Materia che è il tutto e il nulla,

l’accadimento del giorno e del destino. Materia che è fatta di una bellezza come

doveva essere la prima ora del mondo. Perfetta e armoniosa. Così è la pittura.

Marco Goldin, 2017

 

"...Cetty Previtera si muove dentro una foschia che è come una stigmate colorata fatta di concrezioni della luce e del buio." 

Marco Goldin, Attorno a Vermeer. I volti la luce le cose, Linea d'ombra 2014

 

 

 

“Il tentativo è stato quello di far raccontare alla pittura una realtà nuova e autosufficiente …”
… a mio parere questa tua stessa ammissione è stata chiarificatrice a me stessa di ciò che la tua pittura svela: una realtà altra, muta a uno sguardo distratto e di superficie, ma che sussurra e svela a un animo sottile che ancor più sottile si fa per insinuarsi tra le trame del mondo. Una realtà fatta di sospensioni lungo le quali contemplare una dimensione impalpabile, sfuggente, che riesci a cogliere con i colpi d’occhio ma fissata nell’eternità di un attimo ovattato, dove pare sentire echi in lontananza, il rigenerarsi lento della natura o il silenzioso evaporare della pioggia poco prima caduta, il tutto mischiato a un senso pieno della solitudine, non quella che determina chiusura individuale ma la solitudine che fa spazio intorno, spazio vuoto per accogliere ed essere accolto da ciò che tu definisci “altro”, appunto.
Il cielo che cola su tutto è la realtà che si fa liquida, dentro e fuori. I colori, che si mescolano in cromie che quasi si autodeterminano, sono immagine di questo liquefarsi dell’interiorità nella realtà e viceversa, quasi come in un gioco di specchi, i contorni non sono più poi cosi definiti: gli alberi non sono più veramente alberi, della linea morbida del vulcano solo un cuore rosso pulsante, dei luoghi rappresentati solo l’essenza interna, di te il rosa, dentro e intorno a te…
Sarebbe un banale luogo comune affermare che la tua pittura sia li ad esprimere la tua interiorità. L’impressione invece è quella di essere davanti a un linguaggio pittorico che dà voce alla parola segreta del mondo o di quella fetta di mondo che ci è concesso cogliere e vederla attraverso ciò che tu vedi: nascondini di una realtà sottile, insenature che sono le pieghe intime del mondo, rifugi dei sogni non ancora sognati. L’artista come tramite.
In linea con ciò una tecnica che pur privilegiando la materia e la fisicità del colore, mira, ottenendolo, un risultato tutt’altro che materiale: qui tutto sembra avere la leggerezza del soffio, l’inconsistenza in divenire delle nuvole. Atmosfere di rarefazione che possono confondere l’osservatore o radicarlo a un sentire più forte; in tal senso una pittura che svela una corrispondenza di amorosi sensi a condizione che questa esista già in chi guarda, viceversa una pittura che può, che rischia di divenire oggetto di elucubrazioni mentali e teorie puramente estetiche. La tua percezione della natura fa capo a un sentire che ha bisogno della leggerezza e della purezza di cui esso stesso è fatto. A questo, e forse a nient’altro, la tua pittura deve continuare a tendere. A tal fine, più la comunicazione tra sé il fuori di sè si fa sottile, più c’è bisogno di imparare a camminare sul filo, a fare silenzio. Un filo teso da un capo all’altro della realtà vivente.
Guardare ed essere guardati.
Ecco, più che a dire o a commentare, la tua pittura suggerisce di stare e contemplare semplicemente per essere e sentire.
Melita La Rosa, danzatrice, 2017
 

 

La pittura non si racconta, essa consente la creazione di una nuova visione della natura che da sola si manifesta dopo essere sfuggita ad ogni tentativo di essere spiegata in uno stile… e allora

"Va per i boschi e futtitinni"

direbbe lei, Cetty, nel suo siciliano più sincero, dopo aver guardato a lungo dalla finestra un pezzo qualunque di cielo con un palo della luce, un cavo che passa, un tetto, cespuglio nero, muro, blocco di materia che scurisce la scena ferma… fino a quando si accende l'azzurro e da quella finestra, dietro la quale ci sono mogli madri generazioni, l'antica biancheria di famiglia, una scacchiera in cui maschi e femmine sono per sempre messi come soldatini nel gioco di ancestrali doveri, se ne esce, pennello in mano e le sue opere sono "passeggiate".

Il pennello conta i passi e fa delle pennellate l'unità di misura di un nuovo cosmo nel quale il lontano e il vicino si uniscono nello sguardo e si mescolano nell'immaginario in una specie di vertigine pacata.

Nata da una ricognizione semplice della scena, divisa in campiture che non vogliono essere né prospettiche né profonde, ma vogliono narrare nel modo più semplice e con un certo disinteresse la mappa di ciò che si vede, come a voler spiegare in una didascalia o a un bambino, la realtà diventa una sorta di visione onirica, l'inizio di una favola che smarrisce subito la sua trama e presagisce la paura di perdersi, la consapevolezza di doversi perdere, magari per sempre:

"…un passo ancora nel bosco ed io non c'ero più…"

Così la favola si immerge in un crepuscolo denso in pieno giorno, dal quale, lasciato ogni tentativo di capire, sapere, sistemare, torna, primitiva, l'innocenza, mai persa, mai ricercata…

Da questa innocenza vai per i boschi! perdi le tracce e non cercarle! trova i fiori e i frutti (rossi, gialli, aranci, rosa, qualche verde vivo che trasudano dalla sostanza azzurra) che continuamente si offrono come fossero i sigilli di una nuova comprensione del mondo, una comprensione non più guidata dalla logica della mente, ma dove l'unica guida è il corpo che attraverso lo sguardo amplifica il suo sentire fino quasi alla sensualità...

Così tolta ogni struttura precostituita di conoscenza il pennello in mano si agita più o meno rapito, più o meno distratto in una sorta di fretta domestica e ciò che fa non ha più un vero obiettivo, ma è la manifestazione diretta di tutto questo essere, di questo intero smisurato fenomeno dell'essere che tanto ci appassiona, dove passione è: inquietudine e stordimento, godimento e estasi…

Stefania Orrù, 2017

 

 

"... Cetty Previtera è una intramontabile e lucida coscienza della moderna verità, una relazione fitta e tramata di sensazioni corporee."

Antonio Sarnari, Realismo Informale, 2015
 
 
"Nelle modulazioni tenere o aspre, impassibili o plastiche delle opere di Cetty Previtera sembrano disporsi e addensarsi diversi livelli di percezione, in cui trova espressione una distanza cui nulla, siderale o tellurico che sia, è precluso o commisurato. Vi si appresta o vi si schiude uno sfondo che è indice di stati emotivi per emozionare a sua volta. Quello che sembra interessare la pittrice è ritrovare lo spazio d’accesso al sogno, luogo d’evasione o rifugio, contesto o cornice a un emozione perduta o per risalire al vuoto che ha lasciato: ma più ancora, fissare, catturare sulla tela lo slancio per giungervi."
Rocco Giudice, 2015
 
 

"La pittura di Cetty Previtera è un continuo galleggiare di elementi e di cromie che si muovono in superficie sulla tela quasi grezza. Il gioco pittorico si fa più difficile nel momento in cui si tratta di orchestrare questi galleggiamenti. È una pittura mobile, ed è proprio l’imprendibile mobilità a generare seduzioni cromatiche cangianti. Forma e particelle di colore in sospensione, un’altalena che si presenta puntuale. La tela quasi grezza è già materia sensibile che accoglie timidi segni di fusaggine che cercano di fissare una forma, quasi subito  frammentata dalle prime stesure di colore. Già dalle prime pennellate, l’artista, vede naufragare la forma di partenza. È un compromesso doloroso che  spinge a dosare  gli elementi pittorici,  per giungere ad una stasi non facile, di un equilibrio poetico. È difficile dosare gli elementi della pittura e spesso dobbiamo lottare con il nostro pesante bagaglio tecnico e mentale. Il contenuto di un lavoro può essere espresso con pochissimi elementi ma questo richiede grande capacità nel riconoscere il dato poetico presente negli elementi immessi. Previtera dosa gli elementi pittorici con sensibilità e prende decisioni pittoriche che cambiano minuto dopo minuto; è un fare difficile che spinge a tenere in equilibrio  la materia pittorica. I soggetti della sua pittura provengono dall’ osservazione della natura e del quotidiano; basta un tessuto di lana o un semplice cappellino etnico a far scattare la molla creativa. Un universo pittorico quello di Cetty fatto anche di ambienti vissuti e di abiti indossati. Le forme creano strutture del vissuto e le cromie nascono da sensazioni  assaporate e respirate."

Piero Zuccaro, 2014
 
"La pittura di Cetty Previtera si forma direttamente sul supporto. Per capire bene la sua ricerca dobbiamo calarci nell’atto del suo dipingere. L’idea di partenza viene quasi subito tradita nel momento in cui il pennello intriso di colore si poggia sulla tela; Cetty avverte la presenza di “altro”, un sentire che la porta verso un mondo non calcolato, verso una nuova direzione. Stare dietro a questa nuova sensazione è un po’ faticoso, mi confessa, ma aggiunge che è comunque necessario assecondarla, bisogna predisporsi a cambiare i propri piani durante l’esecuzione. Non esiste un procedere unico. La tecnica è importante anche se è sempre in mutazione. Capisce che bisogna mettersi in attenzione ed ascoltare l’opera. In questi lavori notiamo un interesse per gli impasti cromatici, tonalità di bruni date quasi a velature e nello stesso tempo una presenza di piccoli grumi di materia di colore vibrante."
Piero Zuccaro, L'unicotratto, 2010
 
"Cetty Previtera lavora “ascoltando” l’opera. Per lei non esiste un procedere unico, ma una tecnica sempre in mutazione. I suoi quadri si caratterizzano per gli impasti cromatici, le tonalità di bruni date quasi a velature, e la presenza di piccoli grumi di materia di colore vibrante."
Giovanni Criscione, INpress, 2010
 
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